La testata era lunghissima: “The Economist, Weekly Commercial Times, Bankers’ Gazette, & Railway Monitor.” E per non farsi mancare nulla, oltre a una mitragliata di virgole, per le quali in Inghilterra c’è un sottile piacere nell’usarle a man bassa, l’editore aveva aggiunto anche un sottotitolo, ovvero “A political, literaly, and general newspaper” e una lunga, dotta citazione di Edmund Burke.

La copia che vedi in questa pagina è del 1845: per la precisione è la seconda parte del terzo volume, dal 5 luglio al 27 dicembre. A quel tempo, due anni dopo la prima pubblicazione, se ne vendevano un paio di migliaia in tutto. Oggi è una testata nota anche ai non addetti ai lavori, spesso ripresa dalla stampa non specializzata. Ma quanti sanno che la Fondazione Einaudi ha l’intera collezione, dai tempi in cui si chiamava “The Economist, Weekly Commercial Times, Bankers’ Gazette, & Railway Monitor” a oggi, quando si chiama semplicemente “The Economist”?
L’abbreviazione è certamente in linea con i tempi in cui viviamo: tempi digitali, di iperconnessione, di sharing istantaneo. Ogni giovedì alle 9 di sera, ora di Londra, si può scaricare sul proprio iPad, iPhone o dispositivo Android una copia fresca di stampa l’ultima edizione della rivista: se si chiamasse ancora “The Economist, Weekly Commercial Times, Bankers’ Gazette, & Railway Monitor” gli spazi sui display dei tablet e degli smartphone basterebbero giusto per scrivere il nome.
Questo ci fa venire in mente che se la Fondazione fosse dotata, come nelle più attrezzate biblioteche del mondo, di una batteria di iPad a disposizione degli studiosi i costi di abbonamento sarebbero più bassi. Anzi, per fare una comparazione corretta, ne basterebbe uno solo perché uno è il numero di abbonamenti tradizionali a “The Economist”. Orbene, si risparmierebbero più di 75 euro (125 contro 200,76).
In Fondazione purtroppo iPad non se ne vedono né si può ragionevolmente pensare di comprarne uno. Ma la nostra campagna di raccolta fondi si rivolge ai cittadini, non alla Apple, per dir loro che anche un abbonamento a “The Economist”, tradizionale, su carta, fuori moda rispetto ai quei bellissimi apparecchietti, beh, vale la pena continuare ad averlo. Non solo perché ha la collezione completa da quando si chiamava “The Economist, Weekly Commercial Times, Bankers’ Gazette, & Railway Monitor.”